giovedì 12 febbraio 2015

Liberali, fenomenologia di una diaspora

A scadenze più o meno regolari la surreale galassia liberale italiana va in fibrillazione per promuovere una unione di tutte le associazioni/partiti/movimenti che si riconoscono in una visione aperta della società. Recentemente ho partecipato ad una trasmissione radio del gruppo più attivo e probabilmente entusiasta di questo variegato mondo, il MIT (Modernizzare l'Italia), promotore tra l'altro della bella iniziativa Liberal Camp.

L'assunto, romantico e ahimè velleitario, è che gruppi e gruppuscoli dalle idee più o meno affini dovrebbero smetterla di orbitare in ordine sparso come gli asteroidi della fascia di Kuiper e unirsi in qualcosa di più grande e numericamente significativo.

Per comprendere perché questo rassemblement non ha mai prodotto altro che insuccessi, occorre capire di cosa si parla e quali sono i fenomeni sociali che si nascondono dietro il mito politico liberale.

Liberali à la carte

Sono quella specie che sembra sempre sull'orlo dell'estinzione ma ricompare quando meno te l'aspetti negli habitat più impensabili, ad esempio qualche zoo: pensi che siano dei dodo e invece si rivelano essere dei panda.
Sono i Benedetto Della Vedova della situazione (dovesse leggere questo post, Benedetto non se ne abbia a male ché non è l'unico). Luisella Costamagna su Il Fatto Quotidiano ( qui il link) ha ricordato magistralmente il suo percorso politico; percorso che sembra uno slalom speciale del mondiale di sci.

Benedetto Della Vedova, lei è sconosciuto ai più, nonostante sia in politica addirittura dal 1994. Come mai? Credo che la ragione stia nel fatto che lei ricorda il principio di indeterminazione di Heisenberg, secondo il quale – in soldoni – non è possibile conoscere in assoluto una particella, perché non appena la osservi questa si modifica.
La particella Della Vedova sembra comportarsi nello stesso modo: appena a fatica la identifichi, leghi il nome a quella faccia e a quel partito – “Ah sì Della Vedova è quello dei…” – zac, veloce come un positrone al Cern, ecco che lei si trasforma, passa a un altro partito.


Liberali à la carte sono anche quelli che in un partito ci entrano e ci rimangono a dispetto di ogni evidenza di incoerenza rispetto a certi princìpi. Ce ne sono praticamente in ogni partito, dal PD a Forza Italia. Anzi proprio tra le fila del partito del Bunga Bunga si trovano fulgidi esempi di incoerenza con "liberali doc" che hanno votato negli anni i peggiori provvedimenti socialistoidi voluti da quel genio dell'incompetenza che risponde al nome di Giulio Tremonti.

Liberali nostalgici

Sono quelli che aspettano ancora un sussulto di vita da parte di Cavour e Einaudi. Delle spoglie mortali dei due giganti del pensiero hanno anche la stessa verve. Vivono nel passato remoto e ragionano come se il 1861 sia ancora di là da venire. Come gli ultimi dei mohicani sono aggrappati ad un simbolismo quasi mistico (la bandiera, la patria, i colori, i padri) e non si rendono conto che il mondo intorno a loro è cambiato. Usando una metafora cara a Renzi potrei dire che comunicano con penna e carta e calamaio mentre il mondo usa whatsapp.

Liberali conservative 

La specie più bizzarra, liberali fino a che non si toccano certi temi, quelli etici e sociali in particolare, perché in quel caso si trasformano in quaccheri della Pennsylvania. Le libertà individuali un tanto al kilo perché la famiglia tradizionale, i figli, il proibizionismo sono dogmi intangibili.

Liberali intransigenti

O libertari minarchisti. Per loro non è liberale niente altro che non sia fatto al grido di battaglia di "StatoLadro". L'autorità antitrust? Un pericoloso coacervo di malfattori comunisti. I monopoli? Il giusto premio al più forte in ragione del laissez faire. Gli ordinamenti dello Stato? Un attentato alla libertà dell'individuo. Il guaio più grande di questa categoria è che sono terribilmente aggressivi con chi la pensa un poco ma non completamente come loro e altrettanto accondiscendenti con chi li blandisce firmando inutili pledge per la riduzione delle tasse.

Questo più o meno il quadro dell'area liberale che mai si unisce. Se il quadro è realistico ben si comprende quali sono le ragioni della divisione e del perché ogni tentativo in tal senso sia fallito o in sede di elaborazione di un progetto comune o nelle urne.

E qui si pone un altro problema che mi piacerebbe fosse affrontato in una serena discussione quale quella denominata Liberal Camp. Gli italiani sono pronti ad accettare una visione autenticamente liberale della società?
L'amico Fabio Scacciavillani, sempre arguto e tranchant, ha scritto:
"gli italiani sono contro gli sprechi di denaro pubblico solo fino a quando non riescono ad accomodarsi anche loro alla tavola."
In altre parole essere liberali significa accettare e sentir propri principi come competizione e responsabilità individuale ma questi principi non fanno esattamente parte della cultura italiana, cresciuta nei decenni con il mito delle relazioni potenti che tutto aggiustano e che, alla fine, una prebenda, un appalto, una pensione, un posto di lavoro, te li fanno sempre arrivare.

Per contare qualcosa e provare a mettere in ordine un Paese come l'Italia occorre che chi ha idee superi le proprie barriere mentali e abbia il coraggio di essere pragmatico, non ideologico. Soprattutto sappia dare a quelli a cui intende rivolgersi la sensazione che è chiaro l'obiettivo da raggiungere, i mezzi utilizzati e gli attori di una rivoluzione, ché da noi davvero di rivoluzione si tratta, troppe volte annunciata e mai partita.

2 commenti :

Dottor Manhattan ha detto...

qui si trova un precursore, il Bestiario Liberale di Stefano Magni http://www.liberoprincipato.it/bestiario_lib.htm

Costantino de blasi ha detto...

Grazie dr. Manhattan

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